Index - Testimonianze

Frammenti di Vita.

Ricordi di Bruno Sacerdoti.

"Sapeva vedere, in prospettiva, quel che si può costruire di buono, partendo da qualunque situazione" Velia

 

Sono uno che nella vita è sempre riuscito a fare tutto quello che ha voluto e adesso, che è venuto il momento di tracciare un bilancio, dico che nella mia vita mi sono divertito.

Ho deciso di raccontare la mia storia e le mie esperienze ai giovani che, per loro fortuna, non correranno il rischio che i più terribili di questi eventi si ripetano.


Sono nato a Milano nel 1924, primo di cinque fratelli. Gli altri sono due maschi e due femmine: Anna, nata nel 1925, Roberto nato nel 1932, Mario, nato nel 1938, Serena, nata in Svizzera nel 1944. Mio padre era nato a Roma nel 1894, ma la sua famiglia era originaria del Piemonte dove il nonno era impiegato dello Stato e si trasferì a Roma quando vi venne trasferita la capitale. Il padre di mio padre aveva in seguito abbandonato l'impiego statale e all'anagrafe risultava di professione "industriante", che forse voleva dire che si industriava per vivere. Aveva sposato in seconde nozze una giovane ebrea anconetana ed aveva avuto da lei sette figli.

Si racconta che la nonna Ernesta, rimasta vedova con tutti i figli a carico, passasse i pomeriggi a giocare a carte e la sera distribuisse ai figli due soldi a testa per comprarsi qualcosa da mangiare.

I figli si arrangiavano a fare piccoli lavori per avere qualche soldino in più, mio padre faceva la comparsa al teatro dell'Opera.

Alcuni anni dopo lo zio Lello e mio padre Renato, aprirono a Milano un negozio di tessuti con annessa una sartoria da uomo.

Mia madre Eleonora era nata a Bologna nel 1902, ultima di quattro sorelle. Il nonno Maurizio Markbreiter era nato a Vienna, ma venuto a Roma a gestire un negozio della catena Shostal. La nonna Evelina Friedmann era invece livornese. La famiglia Friedmann si era trasferita a Livorno da Munhausen, presso Francoforte, come molti altri ebrei ai primi dell'Ottocento perchè pare che anche in quell'epoca non fossero ben visti in Germania.

A Milano ho frequentato le scuole elementari in Via Corridoni. E' ancora vivo nella mia memoria il ricordo del mio primo giorno di scuola: poichè sono nato in gennaio non avrei potuto essere iscritto con i ragazzi del 1923, allora frequentai la prima elementare come uditore e alla fine dell'anno feci un esame per poter essere ammesso alla seconda classe. La mia maestra era una dolce signora di mezza età, la signora Belloni.

Ero esentato dalle lezioni di religione e durante l'ora in cui veniva il sacerdote ad insegnare questa materia uscivo dall'aula e andavo in palestra a giocare. Il giovedì era vacanza a scuola. Io andavo a colazione da zio Mario che qualche volta mi portava con sé alla Borsa. In queste occasioni mi divertivo molto. D'estate andavamo al mare a Viareggio e sull'appennino tosco-emiliano in un paese chiamato Maresca. Durante queste vacanze ci si incontrava con i cugini Tayar, che abitavano a Firenze.

Avevo otto anni e frequentavo la terza elementare quando un giorno il maestro ci chiese se i nostri genitori erano fascisti. Io tornai a casa e domandai a mio padre: "Papà, noi siamo fascisti?". Lui mi rispose: "Sì, digli di sì". Solo più tardi mi sono reso conto che qualcosa stava veramente cambiando. In realtà, gli ebrei non hanno mai avuto grosse difficoltà a causa del regime fascista, non più del resto della popolazione fino al momento dell'emanazione delle leggi raziali anche in Italia. La comunità ebraica non si aspettava questo provvedimento anche perchè numerosi ebrei erano iscritti al Partito Fascista. Noi avevamo anche un parente che era segretario di una sezione del partito fascista a Roma.

Non avevo molti giocattoli. Ricordo solo un tamburo che mio padre mi sequestrò per il baccano che facevo. Giocavo molto con il cerchio e con il monopattino che, avendo ruote di legno, faceva anch'esso un rumore indiavolato. Ricordo poi una specie di otto volante di latta con i vagoncini che facevano il giro della morte. La maggior parte dei nostri giochi, però si basava sulla fantasia.

[...]

Il vero amico della mia infanzia fu Renzo Voghera. Era il sesto di otto fratelli e la sua famiglia era di origine veneziana. Percorrevamo ogni giorno insieme la strada per andare a scuola e trascorrevamo insieme tutte le ore libere. Abitava in una casa grandissima e molto accogliente. Renzo dopo la guerra si trasferì in Israele dove divenne docente di architettura all'università di Haifa.

Per frequentare le scuole pubbliche era obbligatorio iscriversi alla G.I.L. (Gioventù Italiana del Littorio) e alle elementari, ogni sabato pomeriggio, andare alle adunate dei balilla indossando la divisa che consisteva in pantaloncini grigioverdi, una camicia nera e un fazzoletto azzurro tenuto fermo da un medaglione con la riproduzione in rilievo della testa di Mussolini. Ci facevano marciare, ci insegnavano il passo romano, che era il passo dell'oca e inoltre ci facevano armeggiare con un fucilino, versione ridotta del moschetto modello 91.

Frequentai un corso di radiotelegrafista e imparai l'alfabeto morse.

Nel 1935 il fascismo intraprese la guerra di conquista dell'Etiopia. Sul Corriere dei Piccoli apparve una cartina delle zone di guerra con delle bandierine per segnare le città conquistate dalle truppe italiane. Lo ritagliai e lo appesi in camera mia. Quando arrivò mio padre e se ne accorse, strappò tutto. Io rimasi molti impressionato da questo gesto.

Nel 1938 vennero promulgate le leggi razziali con le quali venni espulso da tutte le scuole del regno e dell'impero. Fu per me il segnale che ero uscito dall'infanzia e per la prima volta compresi l'atteggiamento antifascista della mia famiglia.

Nel settembre del 1938 si svolse il vergognoso convegno di Monaco e la situazione precipitò.

Mio padre, intuendo l'avvicinarsi della guerra, si mise alla ricerca di un alloggio fuori città che rispondesse alla duplice esigenza di sfollamento per evitare i bombardamenti aerei e nel contempo si trovasse vicino al confine svizzero per permetterci la fuga in caso di inasprimento delle persecuzioni antiebraiche. Fu così che la nostra famiglia si trasferì da Milano a Cernobbio.

A Como in quel periodo, vivevano importanti rappresentanti della dittatura fascista. Una sera, mentre stavamo cenando, si presentò un maresciallo dei carabinieri accompagnato da un militare. Con molto imbarazzo ci disse che aveva ricevuto ordine di sequestrarci la radio perchè, in quanto ebrei, non avevamo il diritto di possederne una. Lo stesso maresciallo che si chiamava Re, dopo l'8 settembre si rifiutò di consegnare ai tedeschi l'elenco degli ebrei che risiedevano a Cernobbio. Venni poi a sapere che si unì alle forze partigiane.

Il giorno che fu dichiarata guerra mi trovavo nel negozio di mio padre. Io andai a consegnare un vestito a casa di un cliente e trovai la signora che piangeva. Le chiesi cosa era successo, mi disse che Benito Mussolini aveva annunciato la dichiarazione di guerra dell'Italia.

Con l'espulsione dalle scuole io avevo già subito alcune conseguenze delle scelte politiche del fascismo, ma non avevo ancora un punto di riferimento nell'antifascismo. C'era però un gruppo di miei compagni di scuola ebrei che con l'industriale Camillo Gaggia, quello del marchio delle macchine per il caffè, erano stati sorpresi in galleria Vittorio Emanuele a Milano mentre distribuivano volantini sovversivi. Furono arrestati e trascorsero diversi anni in carcere.

[...]

Poi venne il 25 luglio 1943 con il crollo del regime fascista. I giorni che seguirono furono caratterizzati dalla lenta ripresa della vita democratica con il sorgere di rinnovate formazioni politiche, ma il potere era ancora saldamente nelle mani della vecchia burocrazia fascista. Lentamente venivano scarcerati anche i detenuti politici e, tra questi, quelli che furono rilasciati con maggior difficoltà furono i comunisti. Cominciavano a riformarsi le prime strutture di una società democratica anche nel mondo del lavoro. Nacquero per esempio le prime commissioni di rappresentanza dei lavoratori all'interno delle fabbriche.

Ma la guerra continuava e le truppe tedesche entrarono a Como il 9 settembre 1943. Quel pomeriggio io mi recai a Como con la bicicletta e, passando davanti alla caserma mi resi conto che le truppe italiane erano allo sbando e stavano fuggendo. Non c'era più la sentinella e anche gli ufficiali erano scomparsi. Entrai allora nell'edificio e trovai in un locale un deposito di fucili e munizioni. Ne caricai il più possibile sulla bicicletta e, non sapendo dove andare, mi venne in mente che nei pressi abitava un collega di lavoro che era comunista. Gli portai le armi che nascose in cantina, poi feci la spola altre tre quattro volte con numerosi carichi di fucili e due zaini pieni di munizioni. Seppi in seguito che le armi furono trasferite a Lecco e utilizzate per rifornire le prime formazioni partigiane nella zona del Pizzo d'Erna.

Verso sera, tre carri armati fecero un giro fino a Cernobbio, arrivarono alla piazza e tornarono indietro. Era un chiaro segnale: "Adesso ci siamo noi qui".

Il 10 settembre decidemmo di passare il confine svizzero anche perchè erano giunte dal lago Maggiore notizie drammatiche: un gruppo di ebrei che tentava di raggiungere il confine in quella zona era stato catturato dai tedeschi e passato per le armi.

A mezzanotte, carichi di bagagli e persino con le biciclette, imboccammo la via della montagna. Aiutati dagli uomini della guardia di finanza varcammo la rete, ma dall'altra parte ci attendevano due guardie svizzere che ci costrinsero a tornare indietro. Insieme a noi quella notte tentò di passare il confine anche un gruppo di operai dell'Alfa Romeo, tra i quali c'era Giulio Seniga (nato nei pressi di Cremona nel 1915 da genitori contadini, operaio e tecnico all'Alfa Romeo, con il nome di battaglia Nino fu ispettore politico e militare delle brigate Garibaldi di Val d'Ossola. Nel dopoguerra fu braccio destro del dirigente comunista Pietro Secchia).

Io riuscii a passare il confine il giorno successivo a Brogeda con l'aiuto di un finanziere che mi fece scavalcare la rete. A Chiasso una ragazza che aveva assistito a tutte le mie acrobazie mi accompagnò alla polizia. Questa volta non fui respinto. Mi fecero pernottare in una cella e la mattina seguente fui trasferito a Bellinzona in una scuola che era stata adibita a centro di raccolta dei rifugiati italiani. Dopo qualche giorno ci accompagnarono alla stazione per un ulteriore trasferimento nella Svizzera interna.

Dopo un lungo viaggio, giungemmo finalmente al campo profughi di Adliswil, nei pressi di Zurigo e anche il resto della mia famiglia arrivò in seguito nello stesso campo. Gli uomini erano stati divisi dalle donne ma noi avevamo un fischio, una specie di parola d'ordine di famiglia. Appena mio padre arrivò al campo cominciò a fischiare e così la famiglia al completo si radunò.

La vita in questo campo era piuttosto difficile anche per la presenza di rifugiati di varie nazionalità e di diverso orientamento politico.

Questo tipo di centri di accoglienza erano sistemati in vecchie fabbriche, in edifici scolastici, in baracche. Io me la cavai bene poichè mi occupai dei bambini facendo il baby sitter nelle scuole interne autorganizzate dai profughi.

Si dormiva sualla paglia e i servizi igienici erano primitivi e a volte insufficienti, ma il vitto era discreto e, tenendo conto del razionamento ci si poteva dire soddisfatti.

Un giorno di novembre venni avvicinato da Giulio Seniga e da Bruno Vigorelli che mi informarono di essere riusciti a prendere contatto con l'organizzazione del Partito Comunista Italiano in Svizzera: la rete era ovviamente clandestina e mi chiesero se volevo iscrivermi. Fu così che, in seguito alla loro sollecitazione, mi iscrissi al PCI. Da questo momento in poi venni sempre più coinvolto nella vita politica e organizzativa.

A Losanna, dove mi recavo assai spesso c'era un punto di incontro molto importante del Partito Comunista. Si trattava della bottega di un artigiano italiano emigrato in Svizzera da molti anni. Inoltre nella stessa città vivevano i fratelli Castelnuovo, che erano un riferimento costante per l'organizzazione partigiana, infatti Losanna era collegata con le formazioni della Val D'Ossola, Val Sesia, valle d'Aosta, e contemporaneamente con le missioni militari degli inglesi e degli americani e, attraverso Ginevra, con il Maquis francese. Costituii dei CLN di campo e diffondevo la stampa clandestina che si produceva in Svizzera.

Ogni tanto ricevevo la visita di dirigenti della struttura clandestina. Conobbi così Mario Ferro, Cesare Marcucci, Luigi Zuccoli, Marino Donati. C'erano anche altri personaggi, per esempio il filosofo Antonio Banfi e Concetto Marchesi che aveva fatto la famosa prolusione dell'anno accademico a Padova esortando i giovani a lottare contro il fascismo e poi aveva dovuto scappare.

Cominciai il lavoro assegnatomi che consisteva nel visitare, partendo ogni mattina in treno, i rifugiati italiani nei campi di internamento sparsi su tutto il territorio della Confederazione. Vi erano 25 mila italiani internati, divisi tra civili e militari e, fra questi, 2500 erano iscritti al PCI.

Nella Resistenza italiana nacque allora un'esperienza originale, alla quale l'organizzazione di partito in Svizzera diede un prezioso contributo. In ogni formazione partigiana, infatti, dei commissari politici di pari grado affiancavano i comandanti militari, senza interferire nelle decisioni relative alle operazioni. I loro compiti erano essenzialmente quelli di rendere coscienti i combattenti dei contenuti della lotta che stavano conducendo e di offrire informazioni sulle evoluzioni della situazione politica in Italia e in Europa. Dovevano anche occuparsi di mantenere nel collettivo uno spirito di solidarietà e dei buoni rapporti con la popolazione civile. Affidati a loro erano, inoltre, i problemi dei singoli partigiani, il loro morale, la loro situazione familiare e i rapporti politici con i comandi superiori. Dalla Svizzera inviavamo nelle formazioni delle vallialpine molti volontari preparati a svolgere queste mansioni.

E così la guerra era finita. Noi del centro svizzero riuscimmo a organizzare il ritorno in Italia verso la metà di giugno. Io tornai con un gruppo di compagni, ci portavamo sulle spalle le macchine da scrivere, i ciclostili e gli archivi del partito che contenevano documenti politici fondamentali.

biografia a cura di Antonia Barone

Dalla metà degli anni sessanta si susseguirono gli incarichi, anche a livello internazionale, che Bruno Sacerdoti ricoprì all'interno del sindacato. Nel 1964 diventò segretario della FIOM (Federazione Impiegati e Operai Metallurgici) a Brescia dove trovò una situazione tesa con numerose trattative e vertenze aperte nelle fabbriche metalmeccaniche della zona. La sua combattività lo portò a sostenere importanti battaglie per ottenere i premi di produttività alla fabbrica d'armi Beretta, a duri scontri con le organizzazioni degli industriali bresciani, alle lotte all'estremo con scioperi della fame e anche ad un grande successo: l'eliminazione dei premi antisciopero alla OM e la conquista, per la prima volta, nel 1969 del diritto all'ingresso dei sindacalisti nelle fabbriche. E ancora l'occupazione delle Acciaierie e Tubifici Bresciani per risolvere una vertenza sui problemi dell'occupazione nell'azienda, l'organizzazione di uno spettacolo teatrale con Dario Fo e Franca Rame in un caldo ferragosto del 1968 per gli operai e i loro familiari in attesa di risposte fuori dalla fabbrica e infine l'annuncio della conclusione dell'accordo con i dirigenti.

Verso la fine del 1969, dopo la firma del contratto nazionale dei metalmeccanici prese corpo un grande sogno della sua vita, il trasferimento a Praga per svolgere le funzioni di Segretario generale dell'Unione Internazionale dei Metallurgici, la struttura di categoria della Federazione Sindacale Mondiale con l'elezione all'unanimità da parte dei dirigenti sindacali di decine di Paesi. Sono anni di continui viaggi per mantenere i contatti con le organizzazioni internazionali di categoria dall'Egitto, all'Algeria, a tutti i Paesi socialisti, fino al Giappone e al Vietnam. Nel 1972, portò a termine una missione clandestina in Portogallo, ancora sotto la dittatura. Nel 1973 arrivarono le dimissioni e il ritorno in Italia per ricoprire a Roma l'incarico di responsabile del settore elettromeccanica leggera e elettronica e affrontare importanti vertenze con due colossi Zanussi e Siemens.

Dagli inzi degli anni Ottanta gli fu affidata la responsabilità dell'attività internazionale della FIOM e ricominciarono i viaggi all'estero, in particolare in America Latina con la partecipazione alle trattative in occasione di uno sciopero allo stabilimento FIAT di Rio de Janeiro. Negli ultimi anni della sua attività si occupò di formazione sindacale organizzando corsi e producendo dispense e videocassette per la formazione dei quadri di fabbrica che ebbero un'ampia circolazione anche fuori dal sindacato e furono tradotte in Portoghese e utilizzate in Brasile.

Nel 1988, a 64 anni, fu costretto dal morbo di Parkinson a ritirarsi dal lavoro e il distacco dal sindacato dopo quarant'anni non fu facile.


"Credo di aver vissuto in un periodo storico strordinario e di avere svolto un'attività che mi ha consentito di partecipare attivamente agli avvenimenti di questo periodo. Gli ultimi anni sono stati caratterizzati dal crollo del comunismo e questo ha rappresentato per me un dramma, perchè avevo creduto in quegli ideali e mi ero ispirato a questa ideologia.
Oggi, spesso, viene messo in discussione il ruolo dei militanti sindacali e politici, quasi che su di loro dovessero scaricarsi tutte le responsabilità della partitocrazia, di tangentopoli, del burocratismo e del fallimento del comunismo come prospettiva di rinnovamento della società. C'è però una categoria di uomini che hanno dedicato la loro vita al movimento operaio dopo aver militato nella Resistenza, lo hanno fatto tra difficoltà economiche e personali e della maggior parte di loro non si ricorda nemmeno il nome, eppure hanno fatto la storia. Io non credo di aver sprecato la mia vita e ho la piena coscienza di aver dato tutto quello che sapevo e potevo nell'interesse dei lavoratori. Non ho mai chiesto una collocazione di prestigio o l'elezione in qualche organismo ben remunerato, il mio nome è conosciuto solo dagli addetti ai lavori, non ho mai rilascito interviste a grandi quotidiani o fatto apparizioni televisive, ma sono pienamente soddisfatto della mia vita, ho fatto il più bel mestiere del mondo e mi sono anche divertito...".